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- Cambio di stile e forse anche di sostanza a Downing Street: Andy Burnham, il nuovo premier, promette un «nuovo modello economico e politico» e parte in quarta con un piano per ridurre il costo della vita che presenterà già oggi. Completate le formalità di rito - il primo ministro uscente Keir Starmer ieri mattina è andato a Buckingham Palace per rassegnare le dimissioni a Re Carlo III, che poco dopo ha formalmente chiesto al neo-eletto leader laburista di formare un nuovo Governo Burnham è entrato a Downing Street come nuovo premier. Inizia quindi l era del cosiddetto Re del Nord , così chiamato per il successi ottenuti e la popolarità conquistata nei quasi dieci anni da sindaco di Manchester. Nel suo primo discorso Burnham ha detto di essere «profondamente consapevole» del fatto che è il settimo premier britannico dal 2016 e ha dichiarato di voler «mostrare al mondo che la Gran Bretagna può ritrovare la stabilità».
Parlando in piedi per strada, senza podio e senza appunti in linea con la sua immagine informale e spontanea, il nuovo premier ha detto che la sua elezione rappresenta «un momento di svolta» che permetterà alla gente di «riprendere il fiato», porterà a un maggiore controllo pubblico delle risorse e a un piano di reindustrializzazione con forte sostegno per le imprese britanniche. Rivolgendosi direttamente alle persone «stanche della politica», soprattutto nelle «zone dimenticate del Paese», Burnham ha promesso un percorso decennale di progresso e miglioramento e una svolta decisiva dopo quarant anni di neoliberismo che non ha portato benefici alla gente.
L'intervento di Nicole Degli Innocenti, Il Sole 24 Ore.
Salari in calo del 6,6% negli ultimi 30 anni secondo l Upb
Dal 1990 le retribuzioni lorde sono diminuite in media del 6,6% in termini reali, «con una contrazione concentrata nella parte bassa della distribuzione». E nello stesso arco temporale, «la debole dinamica salariale è stata affiancata dalla diffusione del lavoro a tempo parziale e da una crescente segmentazione del mercato del lavoro per settore, tipologia contrattuale e qualifica, che hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde». Questa la fotografia della nota dell'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), intitolata «La dinamica retributiva e il ruolo dell'imposta sul reddito delle persone fisiche». In questo contesto, l'Irpef ha inciso in modo sempre più rilevante nel contenere le disuguaglianze prodotte dal mercato del lavoro. Le riforme - in particolare l'introduzione del bonus Irpef nel 2014 e la riforma del 2025, che ha trasposto gli sgravi contributivi nell'imposta - hanno progressivamente ridotto il prelievo sui redditi da lavoro dipendente bassi e medi, «mentre per i redditi più elevati il carico effettivo è aumentato, soprattutto per effetto del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione dei parametri dell'imposta», ha segnalato l'Upb.
Ne è conseguito un rafforzamento della capacità redistributiva: l'indice di redistribuzione è più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065. Le riforma dell'Irpef spiegano circa l'80% di questo aumento: «La crescita della redistribuzione è trainata dal rafforzamento della progressività, in parte compensato dalla riduzione dell'aliquota media conseguente agli sgravi introdotti nel tempo», spiega l'Upb.
Lilia Cavallari, presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, è intervenuta ai microfoni di Sebastiano Barisoni.
Liste d attesa, per Agenas +1,6 mln cure nei tempi ma ancora 2,8 mln di prenotazioni «fuori»
«Passo dopo passo, pur con criticità ancora presenti ma anche con risultati incoraggianti, stiamo iniziando a governare le liste d attesa con i dati, la conoscenza e il dialogo con le Regioni». A sottolineare un primo cambio di passo nella principale magagna della Sanità per i cittadini - e per il governo - è Angelo Tanese, direttore generale dell Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) cui è stata affidata dalla legge Schillaci la gestione della Piattaforma nazionale che monitora il fenomeno. E che sta iniziando a dare frutto, come certifica il primo Bollettino che dà conto di un miglioramento nei primi sei mesi di quest anno (rispetto allo stesso periodo del 2025) così come di una serie di elementi che restano ancora fortemente in chiaroscuro. Come quei 2 milioni e 811 mila prenotazioni - per essere puntuali - che le Regioni ancora erogano oltre i tempi di garanzia. Primo aspetto positivo, è che di queste - il cui numero assoluto cresce dai 2,782 milioni dell anno passato per effetto dell aumento complessivo dell attività - aumentano da 552mila a 606mila le prenotazioni effettuate con ritardi contenuti oltre il tempo massimo. Ma è solo un primo squarcio d azzurro.
Il cielo decisamente più sereno è dato da quell oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più erogate nei tempi di garanzia, seppure con differenze tra Regioni e tra prestazioni. Nel suo focus che consente di seguire mese per mese e Regione per Regione l andamento dei tempi d attesa per 14 tipologie di prime visite e 22 accertamenti diagnostici , Agenas fotografa un aumento delle prime visite erogate nei tempi da circa 5,8 mln a 6,6 con 757mila prestazioni in più nel primo semestre 2026 rispetto al 2025 e una crescita degli accertamenti diagnostici da 4,7 milioni a 5,5 mln pari a 857mila esami aggiuntivi eseguiti entro la soglia temporale massima. In tutto, 1,624 mln di cure che il Ssn è stato in grado di erogare ai cittadini rispettando la legge. Il (buon) motivo per cui Tanese parla di un trend che nel complesso «si conferma positivo» anche considerando il dato «molto positivo» dei miglioramenti sulle prestazioni con classe di priorità urgente (3 giorni) e breve (10 giorni). «La Piattaforma nazionale fornisce oggi una base informativa fondamentale e la amplieremo nel tempo inserendo altre prestazioni - è la promessa -: abbiamo costruito un sistema basato su dati che prima non erano disponibili in modo così sistematico e questo ci consente di agire in modo più mirato e tempestivo. Agenas sta lavorando con ogni singola Regione, in un rapporto di collaborazione e confronto continuo», conclude il Dg.
Il commento di Angelo Tanese, Direttore Generale Agenas. - Parte oggi, per chiudersi l'11 settembre, l'offerta pubblica di acquisto e scambio (opas) da 13,2 miliardi delle Poste su Telecom Italia, destinata a riportare la società telefonica tra le partecipate pubbliche. Obiettivo ultimo dell'operazione: dare vita alla «più grande piattaforma connessa d'Italia», come si legge nel documento di offerta pubblicato ieri. Il nuovo gruppo, per il quale si stimano ricavi aggregati a 26,9 miliardi e oltre 150mila dipendenti, «si configurerebbe come una delle principali piattaforme integrate in Italia nei servizi di connettività, finanziari, assicurativi e di logistica». In particolare, facendo leva sulla capillare presenza fisica degli uffici postali e sull'infrastruttura di Tim, si mira a gettare le basi per i futuri "data center di prossimità", dislocati sul territorio a differenza degli attuali grandi hub di raccolta di informazioni centralizzati. Ne parliamo con Matteo Del Fante, AD Poste Italiane (nella foto).
Media, mediatori propongono tregua di 10 giorni. Ma Houthi annunciano blocco marittimo Arabia Saudita
I mediatori hanno proposto una tregua di 10 giorni per esplorare le modalità per rilanciare l'accordo provvisorio tra Iran e Stati Uniti. Lo scrive Reuters citando una fonte iraniana di alto livello, secondo quanto riportato da Sky News.
Nel mentre però le forze armate controllate dagli Houthi hanno annunciato l entrata in vigore immediata di un «blocco navale totale» contro l Arabia Saudita, secondo una dichiarazione video del portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, rilanciata da alcune emittenti filo-iraniane. Per quanto riguarda l'impatto sul mercato petrolifero, lo scorso 9 luglio, Tabarelli scriveva sul Sole: "Rimane surreale il basso livello dei prezzi del petrolio in queste ore in cui è saltata la tregua, con lo stretto di Hormuz che è di nuovo chiuso. Gli 80 $, in aumento di circa il 10% rispetto ai minimi di 72 $ di lunedì, sono bassi rispetto ai 115 toccati ad inizio crisi a metà marzo 2026, che erano già poco rispetto alla media di 107 del periodo 2011-2014 o ai 140 del luglio 2008. Numerose sono le ragioni che spiegano i bassi prezzi, dal crollo delle importazioni cinesi, al ricorso a scorte, dal calo della domanda dei paesi poveri, ad una maggiore produzione da altre aree. Tuttavia, il mancato shock rimane un mistero che, se non altro, è un regalo per i consumatori, in particolare per l Europa, che dipende dall energia importata per il 55%. Approfondiamo il tema con Davide Tabarelli, presidente Nomisma Energia.
Indicatore di Buffett: così i listini hanno corso molto più del Pil
Il Warren Buffett Indicator torna a lampeggiare in rosso su numerose Borse mondiali. Il rapporto confronta la capitalizzazione complessiva delle società quotate con il Pil del Paese: quando il valore del mercato azionario supera quello dell intera economia, la valutazione viene generalmente considerata elevata. La logica è intuitiva. Nel lungo periodo i profitti delle imprese non possono allontanarsi indefinitamente dalla ricchezza prodotta dall economia reale. Lo stesso Buffett lo definisce uno dei migliori strumenti sintetici per capire a quale livello si trovano le valutazioni. La fotografia di luglio mostra però quanto questa soglia sia stata superata. Negli Stati Uniti la capitalizzazione delle società quotate ha raggiunto il 237,7% del Pil. Wall Street vale quindi quasi due volte e mezzo l economia americana. Il dato riflette la corsa delle grandi società tecnologiche, il peso crescente degli asset immateriali e la forte concentrazione degli indici in poche aziende legate all intelligenza artificiale. Il principale pregio del Buffett Indicator è la semplicità. Evita di concentrarsi sui multipli di una singola società e offre una visione d insieme del divario tra finanza ed economia reale. Il suo principale difetto è il denominatore. Il Pil misura l attività prodotta all interno dei confini nazionali, mentre la capitalizzazione incorpora il valore attuale di utili che molte multinazionali realizzano all estero. Più le imprese diventano globali, meno il confronto è omogeneo. Non è quindi un segnale capace di stabilire quando inizierà una correzione. Ne parliamo con Alessandro Plateroti, Direttore editoriale UCapital.com. - «Alla fine degli anni 80 dopo lo scandalo del metanolo che ha innescato la prima rivoluzione della qualità del vino italiano, l'Italia produceva circa 70 milioni di ettolitri e il consumo pro capite era superiore a 100 litri l'anno. Oggi produciamo in media 44 milioni di ettolitri, il consumo pro capite è sceso a 33-34 litri ma, intanto, il fatturato del vino italiano è passato dai 2 miliardi di allora agli oltre 16 di oggi. Ridurre produzione e consumi non è necessariamente un male. C'è ancora spazio per valorizzare il prodotto». Il presidente dell'Unione italiana vini Lamberto Frescobaldi, va dritto al punto: il vino italiano deve tagliare la produzione. I consumi mondiali sono strutturalmente in calo. Altri paesi prima di noi come Francia e Spagna (che già producevano meno dell'Italia) sono intervenuti in modo massiccio anche con campagne di estirpazione dei vigneti. Ma, soprattutto, sono due i dati che consigliano una riflessione produttiva: da un lato, le giacenze di vino invenduto hanno superato i 53,4 milioni di ettolitri (compresi i mosti), è come avere una vendemmia di riserva in cantina. E dall'altro, i prezzi dei vini a denominazione d'origine (non quindi quelli del vino sfuso e indifferenziato), a maggio 2026 rispetto a maggio 2025 hanno perso in media il 10%. Bisogna correre ai ripari. «A questo quadro va aggiunto prosegue Frescobaldi che rispetto a 40 anni fa quando a produrre vino erano Italia, Francia e poco altro, adesso c'è la California e l'Oregon negli Usa, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, persino la Cina realizza vini gradevoli. Si è allargato, e di molto, il perimetro della competizione e dell'offerta. Ci dobbiamo adeguare. Non possiamo voltarci dall'altra parte».
Il presidente Uiv, almeno per il momento, non invoca la rottamazione dei vigneti come avvenuto in Francia ma non nasconde le azioni che possono essere intraprese. «Il punto di partenza continua sono le nuove autorizzazioni all'impianto. Ogni anno si possono piantare nuovi vigneti per un 1% della superficie nazionale. Sono circa 6mila ettari l'anno. Queste autorizzazioni vanno bloccate. Anche temporaneamente ma vanno sospese. Inutile piantare nuove viti se i vini fanno fatica a essere venduti. E poi bisogna incidere sulle rese». Ai microfoni di Sebastiano Barisoni è intervenuto Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini. - L'ex amministratore delegato di Autostrade per l Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni di reclusione per il crollo del Ponte Morandi avvenuto il 14 agosto 2018. È questa la sentenza di primo grado emessa dai giudici del Tribunale di Genova. L'ex numero uno di Aspi sta già scontando una condanna per la strage del viadotto di Monteforte Irpino (Avellino) del 2013, in cui perirono 40 persone. I giudici Paolo Lepri (presidente), Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori, hanno anche condannato a 11 anni Michele Donferri Mitelli (ex numero tre di Aspi), per cui il pm aveva chiesto 15 anni e sei mesi. Si conclude così un processo in primo grado che si è snodato in 287 udienze. Alla sbarra, in attesa delle decisioni dei giudici , 57 imputati, tra i quali Giovanni Castellucci che, ai tempi del disastro, era amministratore delegato di Autostrade per l Italia. Per gli imputati, i Pm hanno chiesto 400 anni di carcere complessivi e un assoluzione. E la pena più alta, 18 anni e sei mesi, era stata chiesta proprio per l ex ad. Ne parliamo con Raoul de Forcade, Il Sole 24 Ore.
Quando la difesa diventa infrastruttura
Il vertice NATO di Ankara ha confermato che il rafforzamento della difesa europea non passa soltanto dall'acquisto di sistemi d'arma, ma anche dalla disponibilità di capacità produttiva, reti logistiche, comunicazioni sicure e infrastrutture in grado di continuare a funzionare sotto pressione. È questo il significato più ampio della resilienza: non solo respingere una minaccia, ma impedire che un attacco, un sabotaggio o un'interruzione prolungata paralizzino il funzionamento di un Paese. Il quadro di riferimento resta quello fissato al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025 e riconfermato ad Ankara: gli alleati si sono impegnati a portare la spesa complessiva al 5% del PIL entro il 2035, di cui almeno il 3,5% per la difesa in senso stretto e fino all'1,5% per spese di difesa e sicurezza allargata che comprendono esplicitamente la protezione delle infrastrutture critiche, la difesa delle reti, la resilienza civile e il rafforzamento della base industriale.
Una rete elettrica, per esempio, non è un sistema d'arma, ma senza elettricità non funzionano basi militari, ospedali, telecomunicazioni, data center, aeroporti, porti, ferrovie, industrie e sistemi di pagamento. Le reti europee sono già sottoposte a investimenti significativi per sostenere l'elettrificazione, l'integrazione delle fonti rinnovabili e la crescente domanda dei data center; a queste esigenze si aggiunge ora la necessità di proteggere il sistema da blackout, cyberattacchi, sabotaggi e shock energetici. Approfondiamo il tema con Giacomo Calef, co-fondatore di Rheos Partners.
Troppo caldo: in Italia a rischio 126 miliardi di Pil in 5 anni
Il caldo estremo è ormai un rischio strutturale crescente soprattutto per l'Europa e in particolare per i Paesi del Sud Europa. Dal 1980 a oggi, gli eventi di stress termico sono aumentati di sette volte, mentre la mortalità media per evento è quintuplicata. L'Europa concentra un numero elevato di vittime: Italia, Francia, Spagna e Germania rappresentano insieme circa il 50% dei decessi globali legati alle ondate di calore registrati nel database analizzato. L'Italia da sola pesa per circa il 18% della mortalità mondiale censita. Secondo lo studio di Allianz Trade, oltre la soglia dei 30°C gli effetti economici del caldo peggiorano rapidamente. Ogni grado aggiuntivo tra 30°C e 35°C riduce la produzione oraria media di circa il 3%, mentre il consumo energetico aumenta dell'1,2% per grado a causa della maggiore domanda di raffrescamento. Gli economisti di Allianz Trade sottolineano che l'Europa è particolarmente vulnerabile perché dispone ancora di una diffusione limitata dell'aria condizionata: circa il 19% delle abitazioni contro il 90% degli Stati Uniti. Nello scenario elaborato per il periodo 2026-2030 basato sulla ripetizione degli anni più caldi registrati nell'ultimo decennio i costi macroeconomici risultano molto elevati. Le perdite cumulative di PIL potrebbero raggiungere: 206 miliardi di euro in Francia; 126 miliardi di euro in Italia; 112 miliardi di euro in Germania; 103 miliardi di euro in Spagna. Per Italia, Francia e Spagna ciò equivale a una riduzione cumulativa del PIL compresa tra il 5% e il 7% rispetto allo scenario climatico storico. Ne parliamo con Andrea Resteghini, Head of Credit Underwriting ( capo dei rischi ) Italia e MMEA Allianz Trade.
«Dazi, tariffe illegali» e gli Usa rimborsano alle aziende 81 miliardi
Donald Trump aveva promesso che i superdazi avrebbero riportato le fabbriche in America, ridotto il deficit federale e costretto il resto del mondo a negoziare alle condizioni di Washington. Ma la realtà dei conti pubblici si sta rivelando molto diversa. Il Tesoro americano ha rivelato di aver già restituito 81 miliardi di dollari alle aziende che avevano versato dazi poi dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema. È la prima volta che vengono quantificati i rimborsi già effettuati, una cifra enorme che cancella una parte consistente degli incassi ottenuti con la politica protezionistica dell'Amministrazione Trump e contribuisce ad allargare il profondo rosso del bilancio federale.
Negli Usa il contraccolpo delle scelte di Trump è forte e si avverte soprattutto sul piano giuridico e fiscale. I rimborsi riguardano i cosiddetti dazi del «Liberation Day» annunciati da Trump nell'aprile del 2025 e imposti sulla base dell'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che attribuisce al presidente poteri straordinari in caso di emergenza nazionale. La Casa Bianca sosteneva che gli squilibri commerciali costituivano un'emergenza tale da giustificare un dazio minimo di almeno il 10% sulle importazioni provenienti da quasi tutto il mondo, accompagnato da tariffe molto più elevate nei confronti di numerosi partner commerciali, a partire dalla Cina. Lo scorso febbraio, però, la Corte Suprema, con una maggioranza di sei giudici contro tre, ha stabilito che quella legge non autorizzava il presidente a imporre una tassa generalizzata sulle importazioni. Secondo i giudici, Trump aveva oltrepassato i limiti dei poteri affidatigli dal Congresso e l'Amministrazione è stata chiamata a restituire alle imprese il denaro già incassato. I nuovi dati del Tesoro mostrano per la prima volta l'entità dei rimborsi già effettuati. Dall'inizio dell'anno fiscale il governo ha restituito 81 miliardi di dollari, contro i circa 5 miliardi che vengono normalmente rimborsati ogni anno per contenziosi e rettifiche doganali. Approfondiamo il tema con Massimo Fabio, Partner KPMG, EMEA Regional Leader Trade & Customs services. - «Soldi insufficienti». Il giudizio di Fim, Fiom e Uilm espresso al tavolo sull'auto convocato al ministero delle Imprese e del made in Italy è unanime. Va bene invece il pressing su Bruxelles per rivedere le regole: da quelle sulla transizione verso l'elettrico mantenendo le ibride vetture anche dopo il 2035 all'approvazione rapida della clausola "made in Europe" con l'Industrial acceleration act. Elementi che il ministro Adolfo Urso, da sempre contro il green deal, ritiene necessari e da realizzarsi nel 2026. Senza risorse, però, ribattono i sindacati, il confronto resta un «tavolo senza gambe». Anche perché, tra concorrenza cinese in crescita e pandemia, il mercato europeo ha perso 4,5 milioni di vetture dopo il 2019, secondo Emanuele Cappellano, capo dell'Europa allargata di Stellantis. Sull'argomento si è espressa anche l'ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), nella persona del presidente Roberto Vassori: "Abbiamo apprezzato il Dpcm (automotive), abbiamo chiesto a gran voce che i decreti attuativi siano pronti domani, perché altrimenti ancora una volta lasciamo passare del tempo in maniera inutile". Vavassori ha aggiunto: "L'Europa in questo momento è lentissima, fa ancora estrema fatica a lavorare. Noi come industria europea stiamo morendo. La vicenda Volkswagen è solo la punta dell'iceberg". Ne abbiamo parlatop con Marco Stella, vice presidente di ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) e Presidente del Gruppo Componenti di ANFIA.
Lo Stato di New York blocca la costruzione di nuovi data center per l AI
Negli Stati Uniti, New York sarà il primo Stato a imporre una moratoria sui nuovi data center di tipo hyperscale , strutture di grandi dimensioni usate dalle big tech e ora dalle società di AI, nel momento in cui le amministrazioni locali di tutto il Paese cercano di capire come regolamentare la proliferazione di queste strutture ad alto consumo energetico. La governatrice democratica dello Stato di New York, Kathy Hochul, ha firmato martedì un ordine esecutivo che vieta per un periodo fino a un anno la costruzione di questi nuovi data center che hanno un fabbisogno energetico pari o superiore a 50 megawatt, impianti che richiedono ingenti quantità di energia, acqua e suolo per le proprie infrastrutture. L Empire State diventa così il primo Stato americano a imporre un simile divieto. L iniziativa di Hochul giunge in un momento in cui i singoli stati e il governo federale cercano di mantenere la competitività nel campo dell intelligenza artificiale e di creare posti di lavoro per le comunità, garantendo al contempo che i data center non esauriscano le risorse naturali o le capacità della rete elettrica, né gravino eccessivamente sulle tasche dei consumatori. Quello che è stato deciso nello Stato di New York si inserisce in una battaglia più ampia contro la proliferazione di data center negli Stati Uniti. Battaglia che ha il volto di nomi noti. Lo scorso marzo il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders e la deputata democratica di New York, Alexandria Ocasio-Cortez, quindi due figure di spicco dell opposizione americana di sinistra, hanno presentato, rispettivamente al Senato e alla Camera usa, l Artificial Intelligence (AI) Data Center Moratorium Act, un disegno di legge che mira a sospendere a livello nazionale la costruzione di nuovi data center fino a quando non saranno implementate adeguate misure di sicurezza. Ne parliamo con Luca Beltramino, Presidente di IDA - Italian Datacenter Association.
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À propos de Focus economia
Focus economia è il programma quotidiano dedicato all'approfondimento dei temi dell'attualità dell'economia e della finanza, realizzato con i protagonisti della giornata economico finanziaria e il contributo di giornalisti e analisti de Il Sole 24 ORE. L'obiettivo della trasmissione è di spiegare e analizzare, in termini comprensibili anche "ai non addetti ai lavori", i temi più interessanti della giornata. Appuntamento fisso per i commenti a caldo pochi minuti dopo la chiusura della Borsa.
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